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"Saresti pronta per sperimentare?"

Saresti. Innanzitutto la scelta del condizionale. Saresti. Non: sei.
Saresti. A me questa appare come una scelta accorta di vocaboli, quasi un gesto di cortesia. Chiuderesti la finestra, per favore? Saresti così gentile da...? E poi, pronta. C'è chi è nato pronto, ma io di certo... devo mettermi alla prova per giudicare se sono. Devo.
Sperimentare. Ecco, la parola giusta. Sperimentare sì, sempre. E' questo che mi guida, forse è questo che mi rovina? Sperimentare tutto.
Ossia, siore e siori: io sono della vecchia scuola, quella che una volta nella vita si deve provar tutto.
La mia risposta sapete qual è stata?
La più scontata, per chi mi conosce bene.
"Beh, sono molto curiosa"
La curiosità, sì. Son 25 anni che vado avanti a curiosità. E 'sta fame di sapere, che non si placa mai. Mi porterà mai da qualche parte, diocristo, 'sta curiosità bastarda, che è l'unica cosa che mi fa desiderare l'alba di domani? Come se mi aspettassi sempre, che ne so, di veder sorgere due soli, o un cielo viola?

Ora, voi potete ben capire, che trovare online sulla mia lista di icq un vero master di pratiche più o meno inerenti al sadomaso e affini, per me! che mi sento una schiavetta nata, solo che... sperimentato mai... e poi come, con chi? Per giocare ci vuole qualcuno che... di partenza sappia le regole, che giochi di fino sul piano psicologico, e quantomeno si presenti all'appuntamento equipaggiato di tutto l'armamentario. Che poi più o meno sono sempre le stesse cose che vedo qui nei sexy shop di Bo, o gli aggeggini che leggo descritti in qualche seria facezia iesserina. Ora voi potete ben capire... che alla domanda: "che dici, proviamo?" dopo -fatemi contare, che ho tenuto la strisciata della conversazione- dopo, ecco, 24 minuti di chat, ecco, una come me non poteva che rispondere: "sì, beh" che il beh, è un po' il leit-motiv del mio intercalare, è un belato che già da subito annuncia che sono tua, e sarò: dolce, titubante, ingenua, timida, in balìa, pronta a tutto. Beh. Beeeeeh.
E lui dice: fantastico. Dice che giocheremo tra 6 giorni. Dice che sarà l'esperienza più intensa della mia vita. Che inizierò una vita nuova.
Che-inizierò-una-vita-nuova.
Se questa non è la frase giusta al momento giusto, perdio.
Dice che ora va a dormire e che è stato un gran piacere. Fine chat.

Iniziano i 6 giorni più incredibili della mia vita. Quelli dell'attesa.
Immaginate di... immaginate la coca più pura che in vita vostra abbiate mai sniffato. Beh, qualcuno di voi avrà immaginato, qualcun altro no. E comunque la sensazione non si avvicina neanche lontanamente all'overdose di adrenalina, apnea, tremore ed immotivata euforia di cui son stata preda nei giorni suddetti. Cioè: avessi saputo da subito che esisteva uno sballo così naturale, avrei dato appuntamento a perversi sconosciuti mooolto, mooolto prima di oggi. Altro che stordirmi di chissà che. Penso a ciò che mi ha detto. Che mi vuole far provare tante cose. Che sarò la sua umile e docile schiava. Che andremo da qualche parte in una stanza affittata, e giocheremo, e io starò ai suoi ordini. Solo a pensare questo, solo la pura nebulosa teoria mi fa appiccicare le labbra là sotto, me le appiccicca e me le schiude in baci osceni, mentre mi sento pulsare di angoscia e desiderio, che l'uno rincorre l'altra senza soluzione di continuità. Immaginate una situazione... in cui una porta si chiude, una luce si spegne, o forse è la benda calata sugli occhi... Un viso a voi sconosciuto, intravisto solo qualche minuto prima per qualche frase di cortesia... Due convenevoli, giusto perché non siamo solo animali.
Il freddo della stanza, perché è gennaio. Una zip di borsa che si apre. Una frustata che costringe a inginocchiarsi. Immaginate che... basta, a quel punto la mia fantasia si interrompe. Resta così, il tremito delle mani che già si sentono legate, e l'olio del mio desiderio che pian piano cola. Il respiro che si libera, già affannoso, ed è solo giovedì. Sei giorni sono lunghi da passare così. Ho un appuntamento con un perfetto estraneo che vuole da me la perfetta sottomissione, e io sono, per questo ruolo, perfetta.

Cammino a tre metri dal suolo, e se fosse un maniaco? Gliel'ho persino chiesto in icq, "sei un maniaco?", cosa mi può rispondere uno a una domanda così? Sì, difatti credo che non appena ti avrò ammanettata tirerò fuori una roncola tanta e ti farò a pezzettini, sei d'accordo?... Gli ho chiesto: qualcuna è mai tornata a casa in un sacco di plastica? E lui mi risposto: scusa, a me piace darti ordini, se ti butto via non mi diverto più. Doveva rassicurarmi, questa frase? Sì, credo di sì. Ha detto proprio: butto via? Gli ho chiesto: e se il gioco non mi piace più? Dice che io gli farò un segnale, cosicchè lui si fermerà. E se sono legata e imbavagliata? Si tratta pur di subire qualcosina. Non credi? L'olio cola, cola. Solo a fine chat gli ho chiesto come si chiama. Credo che mi farò fare di tutto da quest'uomo, e so a malapena il suo nome, ma non mi interessa altro.

Una mia cara amica mi dice: "dai, che vuoi che sia... al massimo ti incapretta e scappa col tuo portafoglio". Non mi porto contanti.

Mi addormento di notte, sognandolo. Non l'ho mai visto. Me lo vedo che mi ordina le peggio cose, che mi brutalizza in tutti i modi. Sento il desiderio di scappare, ma sono più bagnata di uno straccio fradicio. Mi addormento toccandomi il seno, aprendo le gambe, sospirando piano.

Eppur si tratta comunque di andare a lavorare, di fingere di studiare, di rispondere alle mail, di far tutto come sempre. Di cenare coi miei, che non sospettano ciò che sto per fare. Di sbirciare per vetrine, in cerca di qualcosa di audace, e poi vestirmi come, e come si usa nel bdsm? Gli scrivo un messaggio: indicazioni per il vestiario? L'unica risposta che non volevo ottenere: stupiscimi... Azzo, io voglio essere una schiava proprio per non prendere iniziative. Se solo mi spogliasse e mi agghindasse con le cose più sconce portate per l'occasione, se mi travestisse da sua bambolina, ecco, sì, sarei la donna più felice del mondo. E invece gironzolo per vetrine, che siamo in periodo di saldi, con l'aria distratta e il fiato corto, la figa ben schioccante là sotto, che a ogni passo che faccio pregusto la violenza imminente.

Ma sono tesa, Dio se sono tesa. Non sono mai stata così tesa in vita mia, è come se aspettassi l'esecuzione, è più di quanto un fisico e una mente possano sopportare. Glielo scrivo: sono tesa. Sono agitata.
E lo so che comincio a farlo godere, con queste mie ammissioni. Lui mi risponde, è contento, si frega le mani. Poi mi scrive qualcosa che mi sorprende, di mandargli una lettera con le mie fantasie, "per avere più feeling", dice. C'ho messo una notte, per scriverla. E non le avevo mai confessate a nessuno, 'ste fantasie. Altro che raccontini.
Continuo a non masturbarmi nonostante il clitoride mi si sia gonfiato a dismisura, negli ultimi giorni. Continuo ad astenermi, voglio mantenermi gonfia e traboccante per lui. Continuo a mordermi le labbra, ad assaporare qualcosa in aria che non vedo, a socchiudere gli occhi come se mi avessero già inculato. Poi ogni tanto mi prende il panico: che io non so nulla di quel mondo, cosa avrà in mente? E allora vado a spulciare su Internet, e i racconti, beh, i racconti non mi dicono granché, le testimonianze... dio, c'è veramente gente così, al mondo? E certi giochi di tortura... no, no, questo non lo voglio fare.
Glielo scrivo nella lettera: non farmi del male.
Tenera che sono. Certo che, se volevo due coccole, potevo comprarmi un cane.

Ecco. Ci siamo. E' il giorno, e manca poco.
Se qualche osservatore attento potesse rendersi conto dello stato in cui sono... del fatto che ho apparecchiato la tavola mettendo due forchette al posto dei coltelli, o che ho riso come un'isterica a una battuta idiota di Amadeus, oppure che non mangio da venerdì. Mi vesto con mani tremanti, immagino molte donne attorno a me che mi acconciano i capelli e mi spalmano addosso unguenti profumati, e mi infiorano di petali di rose, come se fossi la vergine classica del sacrificio. Vado all'appuntamento come se andassi in guerra, guardo i miei come se non dovessi mai più tornare a casa. Fuori, al freddo dei primi fiocchi di neve, sono talmente tanto impaurita che dopo i primi tre passi quasi mi sento mancare. Riconosco l'auto che mi ha detto: è là. Vado, mi avvicino, eccomi. Sto arrivando, sul piatto di portata dei miei stivali col tacco a spillo. E vedo che li guardi con uno scintillio feroce negli occhi. Mi baci sulle guance. Tutto ok? Andiamo? Mi fai entrare in macchina. E' tutto nuovo per me, anche tu lo sei. Tra neanche un'ora avrai esplorato angoli del mio corpo che neanche i fidanzati storici... Ti guardo senza vederti bene. Preferisco concentrarmi sulla strada, memorizzarla nel caso in cui io debba tornare a casa in autostop o da sola a piedi, con le vesti stracciate e il mascara che mi tinge le guance di nero, non ho guardato il numero di targa, cristo, è la prima cosa da riferire alla polizia. Chiacchiera, rompe il ghiaccio.
Sei più tranquilla? mi chiede. Sì, balbetto io. Male, risponde lui.

Parliamo ormai così amabilmente che quasi mi sembra di essere a un classico primo appuntamento, e niente niente l'audacia mi sta venendo meno. Quasi quasi vorrei dirgli di fermarsi al primo pub, di ordinare una birra, parlare, conoscerci, scherzare, poi le bende, le corde e lefruste verranno dopo, ai prossimi appuntamenti, ma per ora ho ancora voglia di un po' di banalità, di due chiacchiere, di un corteggiamento per finta. No way, posso forse ritirarmi ora? Andiamo Laura, non l'hai mai fatto prima, non lo farai stasera. Fin qui tutto bene, saggia ogni minuto di vita e pensa che per ora, tutto bene. Fin qui tutto bene. L'auto entra nel cortiletto del motel. Fin qui tutto bene. E sapete cosa mi ha scritto in mail, il giorno prima dell'incontro? "Ammiro il tuo coraggio, la tua voglia di scoprire, la fiducia che riponi in me..." Potrei forse ritirarmi ora?
Io ho fiducia in te, devo averne, per forza. Devo convincermi che non potevo far scelta migliore. Devo convincermi che mi schiavizzerai, ma con coscienza. Che, come mi hai scritto, mi condurrai per mano dentro quest'avventura. Devo aver fiducia in ciò che sto per fare.
Non mi sono mai sentita più succube, vacca e folle in vita mia, credo però più folle, così folle mai, credo.

Stanza 14. Corridoio di moquette rossa. David Lynch.
Ha portato un liquore, che mi versa in una comune tazza da colazione.
C'è proprio il silenzio tipico della moquette, dell'albergo dove accadono cose soffocate. Bevo, bevo, e il gusto forte dell'amico alcool mi riconcilia col mondo, mi quieta, mi elettrizza. Sì, mi spoglio, resto in desabillè, con quello che cioè volevo mostrargli come vestito per l'occasione, abitino di raso nero a coprire le autoreggenti e i già citati stivali di pelle, tutto nero, non credo che fosse questo che intendesse con il suo 'stupiscimi...', ma caz non ho niente di più maiale nel guardaroba, sono una chiavatrice di gusto classico, io. Lo guardo, sgranando gli occhi, aspettando che una sua parola mi sblocchi il respiro o mi faccia morire. E bevo. Mi attacco al cointreau come se dal cointreau dipendesse la mia salvezza.
Sono a stomaco vuoto, il superalcolico mi incendia le budella. Fin qui tutto bene. Il seno che straborda per uscire dalla scollatura, le gambe tremanti con le punte dei piedini rivolte verso l'interno. Body language, you know? La stanza è sobria, ampio lettone matrimoniale, luce soffusa, un grande specchio contro la parete. Mi aspettavo di trovarla già arredata da sala dell'Inquisizione, con vergine di ferro, ruote in legno e goccia che cade dal soffitto... Decisamente leggo troppi racconti, perché nella stanza non c'è nulla, è una comunissima doppia d'albergo, eppure lui si sarà ben portato qualche strumento per i nostri giochi, dove sono, e cosa sono? Mi sorride in attesa, non capisco cosa vuole, mi ci fa arrivare, devo dare io il via al gioco, senza il mio via non si inizia. Bevo. E dico: via.

Ecco che il mio gentile accompagnatore pian piano si dilegua, per far posto al mio padrone, o a colui che si appresta a diventare tale. La voce si abbassa, si fa sibilante. Le frasi brevi, e secche. Un comando può essere impartito anche tramite un gesto, una pacca. Ammutolisco.
Ora io divento nulla, pur continuando a pensare, a registrare miliardi di informazioni accavallate, e i brividi che partono dai follicoli ai pori tutti della pelle mia tesa allo spasimo, i brividi che arrivano a fiocinare, con lunghissime stilettate elettriche, il mio cuore che va a mille. Bendata e legata con le mani dietro alla schiena. Come partenza, non è male. Continua a darmi da bere, mi strozza con onde di cointreau, il liquore cola sul mio collo e sul seno, e lui lo lecca via, mi bacia. Fantastico come mi sento, fantastico come mi immagino, e un triangolino infinitesimale di visuale ce l'ho, tra la guancia sinistra e il naso, intravedo lo specchio, intravedo me, le mani legate sul culo, la corda che penzola, le labbra dischiuse. Fantastico, dico io. Poi arriva il comando di inginocchiarmi, e lo faccio con gioia, mi sembra giusto, mi piace.

Mi eccita da impazzire essere sua. Domani rifletterò sul perché e sul percome, e come far convivere questa mia inclinazione con i valori che difendo nella mia sfera social-culturale, e il rispetto per le donne, e l'autonomia, e il diritto, l'inviolabilità, l'insofferenza al controllo e al comando. Domani avrò tutto il tempo per ammazzarmi di seghe mentali, ora voglio soltanto godermi questa magnifica sensazione di possesso, di sottomissione consenziente.
Non faccio una piega. Quando mi ordina di abbassarmi a leccargli le scarpe, prima sulla punta e poi sotto, sulla suola. Quando mi preme un piede sulla schiena, costringendomi a far da scendiletto. Quando sento (e di questo me n'ero accorta subito, nel silenzio da moquette della camera 14) che ha acceso una videocamera e sta filmando la mia iniziazione, o forse i nodi con cui mi ha legato, non saprei. Mi chiedo vagamente se un domani mi ritroverò su Internet, in una sorta di deja vu. Ma non faccio una piega. Quando mi lascia lì, a terra, immobile, caduta di lato, e sento che si è avvicinato per sbavarmi sulla faccia, per farmi colare saliva sul viso, densa e calda come sperma. Quando si allontana per armeggiare dentro una borsa, dentro al bagno, e sento accendere un apparecchietto elettrico, e sento fendere l'aria con qualcosa. E' di nuovo una corda, quella che mi fa assaggiare, per poi legarmi tutta dal collo ai piedi, in un'imbracatura che mi lascerà sulla pelle -preannuncia, con signorile correttezza- i segni per una settimana.
Non faccio una piega. Ho una paura che non mi azzardo neanche a respirare. La corda mi passa tra le gambe, in un cappio così stretto che affonda bella bella tra le labbra semi-aperte della mia figa in attesa. Ho ancora addosso tutto, anche se il vestito si è abbassato fin quasi alla vita per permettere alla corda di circondarmi le tette, di spingerle in alto, di costringerle in una morsa che mi strappa le prime grida. Ho addosso le mutandine, ormai scomparse, divorate dalla mia fessura. Ho gli stivali e le calze, ho la benda che mi impedisce di vedere quanto cazzo sono eccitante. Ho due elastici attorno alle tette, come se già non bastasse la corda a comprimerle verso l'alto. Le sento rosse e infiammate, lui si attacca ai capezzoli e prima morde e poi tira. Grido, ma non mi è consentito gridare: perché a ogni urletto che mi scappa, arriva puntuale una punizione. Le sculacciate vengono assestate con una forza che mi cava il fiato. I capezzoli vengono talmente tanto stuprati che io credo mi si staccheranno. Io grido però, perché sento male, tanto male e non mi diverto più. Ora ho solo paura, e davanti a me vedo deserti di dolore.

Forse è stanco delle mie lagne, non so. Forse sto sbagliando tutto, perché mi maltratta e io non capisco dove è gioco e dove è il resto.
Forse sono una frana, un'imbranata, una fastidiosa bimbetta di cinque anni che fa i capricci e allora cerco di non urlare più, ma all'ennesimo sculaccione che mi lascia in sovraimpressione sulla chiappa lattea le sue cinque dita, ululo che neanche un allarme antifurto. Questa cosa lo fa incazzare? O io ho una soglia del dolore bassissima, oppure sto decisamente ricevendo la più grande bussata della mia vita da un po' di tempo a questa parte. Il seno mi viene schiaffeggiato, l'istinto mi porta ad alzare le mani ma la corda non mi permette grossi movimenti. Mi intima di tenere le mani giù, io abbasso anche lo sguardo cieco e cerco di ripetermi che fin qui tutto bene. Il mio cervello risponde solo agli impulsi dolorosi, che si aprono come squarci di luce bianca sul mio autocontrollo e la capacità di ragionare. Gemo, io lo so che in questi casi tutto viene scambiato per godimento, anche il grido di scanno, ma io sono realmente disperata, come dirglielo? ho un male addosso che non si spiega, vorrei che la smettesse di farmi soffrire così, in una brevissima pausa dal dolore accecante il mio cervello elabora questa velocissima teoria di auto-conservazione: se mi impongo di smettere di gemere (e posso farlo, posso farlo), lui si sentirà incentivato a darmene ancora, e di più? per farmi gridare di nuovo, fino al parossismo; se invece grido, cercherà di riportarmi al silenzio con altri colpi? che mi ricondurranno dritta al punto 1? Come fare, come fare? Fottuto gioco dell'oca bdsm. In quel momento mi arriva una pacca sul sedere così violenta che mi ribalta sul letto faccia in giù a masticare le coperte, vagamente lieta di avere qualcosa da mordere, così da soffocare gli eventuali strilli. Sono un uovo perfetto, con le braccia sul seno e le gambe ritirate verso l'alto, solo il mio culo è in esposizione, con la pelle che scotta dai colpi ricevuti. Chiedo a diocristo, o a chiunque mi stia ascoltando, un dieci secondi di pausa: in cambio andrò a messa tutte le domeniche e farò offerte. Qualcuno da lassù esaudisce le mie richieste perché il mio master comincia a incularmi tenendomi per le corde, concedendomi così una parentesi di sollievo.

Di certo, di tutta quella avventura, l'inculata è stata la cosa più dolce. E io ero contenta, il respiro tornava a essere regolare, leggermente ansante, rilassato. Mi sentivo chiamata in causa, docile e servizievole come dovevo essere, per il ruolo che volevo. I miei buchi sono lì, usali, sono fatti apposta! Profanali e indagali, sono caldi e cedevoli, già irrorati di umori, non c'è neanche bisogno di creme, lozioni. Sono lì, per te! Sono lì per regalarti un miliardo di piacevolissime sensazioni... Non martoriare la mia pelle, che è candida, fragile come una filigrana, e io temo per lei, non ti ha fatto nulla di male... Il culo è lì! È fatto apposta, non chiede altro!
Non chiede altro: intendevo... l'uccello intendevo... non questo... non questa... qualunque cosa sia... che forza per entrare... e preme con violenza inaudita... e al tatto è aliena, cos'è? Un cazzo finto, un fallo di gomma, eppure non ne ha la... forma... e non entra, non entra... non può entrare una mostruosità del genere... non entraaaa... non entraaaaa... è fredda, dura... ha un diametro enorme, che mi sta dilaniando l'apertura... e lui spinge, spinge, mi spaccherà, e non entraaa, diocristocazzodibudda no nooooo. Non può fisicamente!
Ma tutto al mondo si può. Compreso l'esser sodomizzati con una bomboletta spray. Che con un colpo secco entra, eccome se entra.
E mi fa esplodere in un urlo talmente tanto acuto, violento e lacerante da svegliare l'intero albergo, il circondario, i paesi vicini e forse che forse: che non mi apre anche il terzo occhio? Difatti, in quella situazione incaprettata, ripiena come neanche un tacchino a natale, ho provato un'intensissima quanto breve e orgasmica esperienza che non vorrei definir mistica per non offendere i miei lettori più spirituali. Di certo sono entrata in connessione con lati di me, strati profondi del mio Io, che... no, vabbè, era solo un male porco, un qualcosa di selvaggio, d’infinito. Di crudele e di fottuto. Altro che storie.

Sono ancora lì che piagnucolo con la faccia spalmata sulla coperta, la benda sugli occhi, il culo spalancato in una deformazione oscena, che non mi accorgo del tempo che passa. Secondi, minuti? Ci si abitua a tutto, anche a un oggetto così invasivo nel didietro: muovendolo un po' su e giù, avanti e indietro, il mio padrone vuole risvegliare terminazioni nervose in me che credevo sopite. Il male ormai è scomparso, rimane la voluttà cieca di essere sodomizzati da una roba così. Gemo piano, artigliando le mani alla corda, leccando il copriletto. Poi vengo liberata dalla bomboletta, girata di peso a pancia all'aria, mi viene aperta la bocca a schiaffoni e ivi infilato l'uccello per la sua interezza.
Provo a leccarlo, velocemente, prontamente, a succhiarlo come so fare, ma la posizione non aiuta, e mi finisce tutto in gola. Sono scossa dai conati di vomito, e a ogni conato è un ceffone che mi arriva. Il pompino non riesco a farlo, ribaltata come sono dalle sberle e in continua apnea; i rigurgiti mi fanno tossire, sto soffocando, mi manca l'aria, inizio a piangere. All'inizio è solo qualche lacrima così, di quelle che vengono prodotte per strangolamento, poi cominciano a scendere copiose, e in capo a mezzo minuto sto piangendo come un vitellino sgozzato.
Lui si accorge delle lacrime che affiorano da sotto la benda, si ferma e mi chiede: che c'è. Io non so se stiamo ancora giocando o meno, ma nel dubbio faccio solo di no con la testa, come se mi avesse chiesto,
chessò, vuoi un caffè. Stai piangendo, mi dice. Facciamo una pausa, mi dice. E con la più grande delicatezza del mondo, mi toglie la benda.
Rivedere la luce, in quel frangente, è come nascere. Sbatto gli occhi, stupita, incerta, tremante, riconoscente. Mi guardo intorno come se vedessi tutto per la prima volta, la stanza, lui, me imbracata come un arrosto. E continuo a piangere, sorridendo, che mi vergogno della mia reazione, mi sembra stupida, infantile, eppure adesso che ci vedo e ci siamo fermati, sto così bene, e le lacrime piovono, se possibile, ancora più abbondanti.
"Perché piangi?" mi chiede, con voce carezzevole.
"mmh, noo... io? piango? noo..." (che io nego sempre, sempre, non c'è speranza...)
"Dimmi"
"ah.. eh... io... sniff... sniff... è il mmmale..."
"Ti ho fatto male?"
"S-sì" sniff sniff
"Quindi, non piangi per l'emozione?"
Ma quale emozione, mica ho vinto un Oscar. E' proprio male, male fisico, paura di morire, male da star male, dolore e male. E piango come si piange quando si è bimbi, per reazione automatica al ceffone di tuo padre, che vorresti far l'orgoglioso e stringi le labbra per far vedere che non ti ha fatto niente, e poi le lacrime cominciano a scendere da sole, senza controllo.
Piango così. Erano anni che non piangevo così.
Mi godo questa pausa finchè dura, e lo osservo grata attraverso le ciglia gonfie mentre si stende accanto a me e mi abbraccia.

Momento di dialogo. Alcuni chiarimenti sul gioco.
"Sì, insomma, devi sapere che ci sono alcuni master cattivissimi, e alcune slave che li pretendono così, li vogliono così... hai capito?
Quindi so che fanno cose... ma è perché la ragazza che lo vuole, e il dolore... è parte integrante del loro rapporto, è un dolore che è piacere... Però alcuni master sono esagerati, io no, io fondamentalmente sono buono dentro..."
"Ma a me il dolore non piace mica tanto..."
"Ma un po' ci deve essere" (sennò mica staremmo qui a far sadomaso, cucciolo). Ha il tono di chi deve spiegare tutto alla bimba scema, quale in effetti mi sento.
"Io..." dico, riprendendo a singhiozzare "io mi sento un disastro, mi sembra di far tutto maaale..." e piagnucolo sentendomi una merda, disperata e stupita di come io riesca sempre a tramutare anche la situazione più hard in una seduta di psicoterapia, un pasticcio di donna che piange come una bimba a cui si sia staccato lo zucchero filato dal bastoncino e sia finito in una pozzanghera. Sigh. Sniff.
"Ma no, ma stai scherzando? Ma hai fatto tutto! Ma sei stata bravissima! Per essere la prima volta, non ti sei mai tirata indietro, hai fatto tutto alla perfezione... Davvero, mi hai stupito. Vai benissimo, ma davvero..."
Ecco, a me ogni volta che mi si consola, mi vien da piangere di più.
Dalla gratitudine, dall'imbarazzo e dalla gioia circospetta. Vi risparmio il resto del dialogo, comunque. Restiamo abbracciati ancora un po'.

La ricreazione finisce. Si parte con un'altra legatura, sfruttando una corda che non finisce mai. Per ora mi sembra tutto così... nuovo, e particolare. Come il trovarmi imbrigliata in una posizione con le gambe a verticale, e la corda nella figa che tira e tira, e le braccia immobilizzate, e il nastro adesivo sulla bocca. Con la differenza che ora ci vedo: la benda giace da qualche parte sul letto, mi permette di guardare forse per farmi star tranquilla. Seguo i suoi movimenti con gli occhi sgranati di un bambino al circo, mi faccio un appunto mentale che, finito il gioco, gli chiederò dove ha imparato a fare i nodi, se è stato su Luna Rossa, oppure ha fatto il boy scout. Mi appare bellissimo, così concentrato e quasi indifferente a me, i suoi capelli a riccioli, si starà divertendo? Non faccio che chiedermelo, che va bene sentirsi un oggetto, ma almeno vorrei servire a qualcosa. Un oggetto utile, ecco.
Dopo i legacci e gli sberloni mi annuncia che a questo punto mi merito di godere, e mi intima, perciò, di toccarmi. Fosse semplice, nella posizione in cui sono, e con le mani accalappiate. Mi esploro alla cieca tra i lembi dei miei indumenti e le sartie che mi legano, cercando i punti sensibili, mentre lui mi penetra con tre dita davanti e quattro di dietro, e aggiunge, sottovoce: con te ci vorrebbero tre mani. E' una notevole sensazione di riempimento quella che avverto, aliena e rude, e mi piace. Muove le sue dita dentro di me, stantuffando per farle entrare il più possibile. Arriva fino alle nocche poi i miei guaiti lo convincono a fermarsi. Forse ha ragione, quando dice che fondamentalmente è un padrone buono. Assieme alla gratitudine per la sua umanità, monta dentro di me l'orgasmo della disperazione, che mi scuote in mille brividi e mi regala, per un istante, una sensazione di armonia col mondo.
C'è che ha scoperto che le mie entrate sono simpatiche e cedevoli, a fronte del fatto che, invece, mi metto a piangere per un pizzicotto.
Ognuno è fatto a modo suo, d'altronde. Si incanta della facile usabilità dei miei orifizi e non fa che ripetermelo, che bei buchi, che bei buchi, mentre si spinge dentro a sondare tutto quel che c'è.
Anch'io scopro qualcosa di me, che sono fatta per essere squartata e indagata, forse è un segno di apertura verso il mondo, chissà.

Anche la mia lingua gli piace, lecco tutto quello che c'è da leccare, è un'attività rassicurante, finchè c'è saliva c'è speranza. Lecco le sue dita che sono entrate dentro di me, e hanno ancora il mio sapore, girandomi verso di lui lecco fin dove riesco ad arrivare, i capezzoli, il ventre, l'ombelico, con scene di contorsionismo puro arrivo fino al cazzo, che provo a spompinare come piace a me, come so di fare e so che sono brava che sono imbattibile, ma me lo impedisce, perché?! dio che umiliazione. Mi guida sulle palle, che succhio come se da quello dipendesse la mia vita. Sono mortificata per non aver potuto eseguire il sempreamato bocchino, per non esser stata messa in condizioni di dargli piacere, perché volevo essere brava e farlo godere attraverso di me. Sono di nuovo giù di morale, lecco fin dove arrivo, pulisco il pulibile, gli succhio i piedi, mi consolo con il suo pollicione, non è la stessa cosa. Sento che non servo a nulla, mentre lui intanto si auto-gratifica con una sega lenta.

E' più forte di me, stanno per tornarmi di nuovo i lucciconi agli occhi, fortunatamente ha spento la luce così non si accorgerà subito di quanto sono depressa. Forse fa parte del gioco, ma perché allora mi sento così giù? Non devo chiedermelo ora perché altrimenti riscoppio a piangere, quasi quasi ho nostalgia dei ceffoni, che almeno si piangeva per qualcosa di fisico, poi passato lo scotto si sorrideva anche, eh. Cerco la sua cappella al buio con le labbra dischiuse, cerco con una mano di titillargli un capezzolo, cerco di mantenermi attiva insomma, e lui mi sussurra: ok, brava, chissà poi se dice sul serio.
Oppure magari dovrei stare al mio posto, smettere di pensare, farmi maneggiare come più gli piace, che evidentemente se mi guida in certe direzioni un motivo ci sarà. Cerco di annullarmi totalmente, di diventare una bambola, uno strumento, un involucro. E' quasi un nirvana. Spero solo che non comincino a grandinare i cazzotti. Ho sonno.

Seconda pausa, ci vuole. Io sempre bardata come un salame, lui sdraiato accanto a me che mi accarezza piano. Poi sale su di me e comincia a baciarmi affettuosamente, tra la bocca e il collo. Mi prende 'sto sentimento bacchettone, che non sarebbe più bello così, senza tante scudisciate? Scaccio dalla testa immediatamente il pensiero impuro, me ne vergogno. Forse apprezzo i suoi baci proprio perché arrivano alla fine di un percorso un po' cruento, altrimenti mi annoierebbero. Me li godo per quello che sono. Vuole farmi venire la seconda volta, ma io credo di essere troppo provata per riuscirci, nonostante le doppie stimolazioni. Stretta accanto a lui, con il nastro adesivo che mi penzola dalla faccia, girata a cucchiaio, ricomincio a piangere silenziosamente sul cuscino. Una frana. Allo stesso tempo, sono felice di essere qui. Nella mia testa immagino già di scriverci un racconto su. Scelgo già da ora le parole, i vocaboli. Devo arrivare fino in fondo, per poterlo raccontare. Ho sempre vissuto tutto così, con l'idea del romanzo in testa. Non c'è singolo istante della mia vita che io non voglia, in qualche maniera, romanzare.

L'ultimo round lo vede venire. Lo sento ansimare, gemere di piacere, a me sembra una cosa bellissima. Per quanto poco mi sembra di aver partecipato, sono orgogliosa del suo godimento. Eppure, di riflesso, vorrei percepire me attraverso di lui. Oppure no? No, è meglio di no, resta così, al buio, a respirare piano, a leccare furtivamente quel quadrato di pelle che senti sotto la bocca. All'interno del tuo guscio sei libera, nei confini geometrici del gioco puoi spaziare. Mi chiedo se è ciò che voglio, rimango legata al letto interrogandomi sul senso delle cose, poi lui mi propone di dormire un po'. Gli domando di essere slegata ora che il gioco è finito: riacquistare la mobilità delle articolazioni ha un qualcosa di innaturale. Ho bisogno di bere ancora, sono troppo indolenzita. Mi piace esserlo. Vorrei star qui a sonnecchiare per tutta la notte.

Prima di andar via, mi ispeziono davanti allo specchio, sollevo il vestito e strabuzzo gli occhi nello scorgere i segni rossi della nottata. Mi guardo sul collo, e c'è una cinghia tatuata dove stringevano le corde, mi guardo i polsi, idem. Ho un sedere che sembra abbia fatto la guerra, già livido. I seni massacrati, percorsi da raggi rossastri. La schiena mi duole. Mi guardo e sorrido, poi rido, e dico, no, non può essere. Per così poco? Sembro appena uscita da una piccola rissa, domani ci penserò, chissà come mi sveglierò, chissà cosa... Lui mi dice di coprirmi bene se non voglio dare nell'occhio, che i segni si vedranno per qualche giorno. Porto i maglioni a collo alto e sotto, sulla carne, sento la pelle bruciare.

Da giorni passo le dita sulle cicatrici del nostro gioco. E' impossibile dire che razza di sensazioni io provi: sono orgogliosa, divertita, spaventata, stanca. Mi accarezzo con la punta dei polpastrelli le marche distintive del mio viaggio all'interno di me, provando un piacere che non ha nulla di razionale. Di certo la mia formazione cattolica, e il successivo rifiuto, hanno il loro peso sulla composizione della mia personale Passione, che io voglia sostituirmi a Cristo anche nelle nerbate mi sembra però un tantino azzardato... O forse il rapporto con mio padre...? Dice di non chiedermi troppo il perché delle cose, altrimenti dopo non mi piacciono più. Io non so dire se mi sia piaciuto davvero, ma da giorni non faccio che toccare le stimmate sulla schiena e sul culo, sentendomi fiera di portarle, terrorizzata all'idea che questo sia il mio mondo, e non so se voglio continuare. L'essenziale è invisibile agli occhi? In questo caso, allora, c'è una carne segreta all'interno di me che porterà i segni del mio dolore anche dopo che i lividi scoloriranno, una carne che trasmette il dolore di esistere, un nocciolo corruttibile che chiede clemenza a dio e invoca di nuovo violenza, sopraffazione, per sentirsi viva, per confondersi tra il male del mondo, per perdonare e sciogliersi, per disintegrarsi oltre l'orizzonte dei suoi limiti.

Però non so, non so davvero se voglio continuare.

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